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Tannhäuser, o la concupiscenza. Una recensione

Tannhäuser, o la concupiscenza. Una recensione

Questa recensione si basa su due ascolti di Tannhäuser di Richard Wagner, avvenuti rispettivamente durante la prova generale (mercoledì 18) gennaio e in occasione della prima: venerdì 20 gennaio 2017. Non mi soffermerò a dare cenni sulla trama, né sull’importanza storica dell’opera, cose che potrete trovare nell’apposito numero di Venezia Musica e Dintorni, nonché ascoltando il podcast della nostra “audiotrama” realizzata in seno al progetto Opera ad Alta Voce dell’Ufficio Formazione del Teatro La Fenice.

Mancava da vent’anni Tannhäuser alla Fenice, ed è stata una ripresa senza dubbio riuscita, nel complesso. Una certa fatica da parte delle forze orchestrali a ridare vita all’imponente partitura si è percepita, tuttavia l’orchestra ha reagito bene alla direzione di Omar Meir Wellber, attenta, curata e dotata di un notevole gusto per i colori timbrici, alle dinamiche, al bilanciamento tra le diverse sezioni. Non sono mancati momenti di grande intensità (l’ouverture, l’anatema di Venere, la complessa tenzone tra i cantori e molti altri) e qualche episodio di confusione (l’intricatissimo secondo finale), ma la difficile prova dell’orchestra può dirsi pienamente superata. Il coro (diretto da Claudio Marino Moretti), a discapito di un numero esiguo di cantanti, ha saputo dar vita a sonorità ampie, pastose e al contempo distinte, attente al testo, talvolta purtroppo inficiate dall’eccessiva lontananza rispetto all’azione scenica e all’orchestra. Fin troppo spesso relegati dietro le quinte, i coristi hanno saputo evocare alla perfezione le atmosfere mistiche e il tono ieratico degli splendidi cori dei pellegrini, anche se in un paio di momenti non impeccabili nell’intonazione. Poderoso ed emozionante il coro finale, che con una sonorità possente ha investito il teatro regalando un momento di intensità mozzafiato, che solo l’ascolto dal vivo riesce a trasmettere.

Tannhäuser, impersonato da Stefan Vinke, può convincere per presenza scenica e per potenza vocale, ma la voce tonante tuttavia risulta non di rado sgraziata, come sgraziate ed eccessive ne sono state talora le movenze, cosa da attribuire principalmente a scelte di regia. Vinke si direbbe accordato in Re maggiore: in questa tonalità (associata all’invocazione di Maria e a Elisabeth) dà il meglio di sé e riesce a prodursi in un canto chiaro e potente, perfettamente intonato, una voce dai colori sfaccettati e ricca di armonici; a riprova di questa bislacca teoria, si fa notare che in alcuni passaggi in Mi o Mi bemolle la sua intonazione era decisamente calante. Toccante il suo racconto del pellegrinaggio a Roma, portato avanti con lucidità, senso del testo e pregnanza drammatica, che tuttavia riesce appena a dissimulare una certa stanchezza. Una splendida Venere (Ausrine Stundyte), dalla voce scura e dal vibrato ampio, a proprio agio sul palcoscenico, che ha saputo dominare. Scura anche Elisabeth (Liene Kinča) dalla voce non brillante ma ovattata, rotonda e piena, identificata anche vocalmente con la sua “nemesi” divina. In apertura del secondo atto (Du teure Halle) convince, pur non proponendo il suono smagliante che ci si aspetterebbe. Toccante e conturbante Allmächtige Jungfrau, cui sa conferire un’inflessione sensuale lontanissima da qualsiasi slancio di devozione, in linea con l’interpretazione di Bieito, di cui scriveremo più avanti. Il sestetto maschile dei cantori si è rivelato decisamente interessante: Walther von der Vogelweide, interpretato da un tenore acuto, potente e agile (Cameron Becker), non ha forse la vocalità più adatta al ruolo, ma si dimostra coerente e di grande qualità. Eccellenti i baritoni Bierolf (Alessio Cacciamani) e, soprattutto, Wolfram von Eschenbach (Christoph Pohl): una voce tersa e ricca, massimamente elegante, di cui è pienamente padrone; il suo canto notturno O du mein holder Abendstern ha sinceramente emozionato, anche per una raffinatissima realizzazione dell’oscuro e rarefatto accompagnamento orchestrale. Decisamente fuori posto il Langravio Hermann, che non regge il registro grave richiesto dalla parte.

La scenografia di Tannhäuser nel secondo atto: la sala dei cantori nella Wartburg

La regia (diretta da Calixto Bieito) ha il grande pregio di dimostrare di aver sfogliato la partitura, letto, ponderato e recepito il libretto e, soprattutto, fornito un’interpretazione critica e coerente del dramma wagneriano, cose davvero, ahinoi, non scontate. Il lavoro di regia si concentra sulla resa del desiderio e della concupiscenza, talvolta rasentando l’eccesso, ma non arrivando a sfondarne la soglia. Funziona ed è interessante l’identificazione tra Venere ed Elisabeth, un gioco di mutua identità tra seduttrice e santa, che ne scardina la comune dicotomia. La sovrapposizione tra lussuria e santità, tra istinto animale e controllo sociale raggiunge il suo apice nel terzo atto, con Venere, Elisabeth, Tannhäuser e Wolfram contemporaneamente sulla scena, simili per apparenza e intenzioni. Allestimento e costumi propongono la solita ambientazione in un tempo a noi contemporaneo ma astratto, inseriti in una scenografia articolata ma minima: rami che pendono dall’alto a rappresentare il mondo ferino, bestiale e dionisiaco del Monte di Venere, con la dea che mima un amplesso panico con un ramo d’abete, in tedesco Tann; negli altri due atti un colonnato bianco e simmetrico, tripartito, disadorno e minimale (si legga: non particolarmente originale) a rappresentare – manco a dirlo – il mondo terreno, fatto di rapporti sociali, regole, rigidità. Il mondo ferino pare prendere il sopravvento nell’atto terzo, in cui la scenografia del secondo perde la sua centralità ed è insidiata da scura vegetazione, i personaggi laceri e malconci. Apprezzabile il tentativo, in generale riuscito, di ricreare riti alt-germanisch, che guardano a un non meglio identificato proto-medioevo germanico e pagano, come il bentornato a Tannhäuser con spargimento di copioso sangue animale, il mangiare terra o il violento ostracismo del protagonista a forza di colpi di fronde e rami.

C’è molto, molto Bieito nella in questo Tannhäuser che, tra le numerose interpretazioni possibili, ha scelto quella della rappresentazione del desiderio, segnatamente erotico, e l’impossibilità di perseguirlo a pieno, concetto portato in (contro)scena in maniera particolarmente vistosa dal pio Wolfram, costantemente vittima di una tensione che non trova mai sfogo. Gestualità tese e brutali, atti di autolesionismo e di violenza carnale efficaci per il Tannhäuser di Bieito, ma fin troppo presenti. Inoltre, vedere personaggi abbigliati come la gente che si incontra per strada o a teatro è oramai un assoluto cliché. Collocare un dramma musicale dell’Ottocento (e ambientato nel Medio Evo) in una indistinta contemporaneità non suscita più stupore e sembra un’operazione stantia e gratuita: ambientarlo all’epoca dei Sumeri o nella Repubblica di Weimar, non avrebbe sortito differenza alcuna. Certo, si tratta di tematiche universali e sempre attuali, ma questo oramai lo spettatore lo capisce da sé. Chi scrive non auspica certo un ritorno alla cartapesta, agli elmi e ai cimieri, ma ambirebbe un’adesione più meticolosa ai dettagliatissimi libretti wagneriani, magari sfruttando le enormi risorse tecnologiche di cui il teatro può disporre e che avrebbero lasciato a bocca aperta il Maestro. L’auspicio è quello di tornare a sognare a teatro, a vedere cose lontane dal grigio vissuto quotidiano, tornare a sospendere il proprio disbelief per vivere un’esperienza totale, acustica, poetica e visiva.

Mauro Masiero, per RCF Classica.

 

Mauro

gennaio 21st, 2017

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