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Le recensioni di Retropalco: “Il Combattimento di Tancredi e Clorinda” e “Friend in the sea”

Posted By: Martina On:


Doppio spettacolo ieri per il settimo appuntamento serale del Venice Open Stage, ammirevole festival di teatro all’aperto che da cinque anni a questa parte riunisce compagnie e accademie teatrali da tutto il mondo.

 

Il Combattimento di Tancredi e Clorinda è la restituzione finale di un laboratorio che ha visto l’unione degli studenti dell’università IUAV e degli allievi del conservatorio Benedetto Marcello. La storia parte dalla Gerusalemme liberata di Tasso e plana nella Repubblica Serenissima come madrigale rappresentativo che Claudio Monteverdi scrive su commissione del patrizio veneziano Girolamo Mocenigo per un carnevale.

La restituzione è un interessante incontro tra musica drammatica e teatro giapponese. Sul palco convivono gli allievi del conservatorio, musicisti e cantanti, e delle figure femminili mascherate, un po’ ancelle greche e un po’ samurai armate di katane, che si muovono intorno ai due protagonisti. La scena è estremamente essenziale, gli unici elementi presenti sono due sedie e dei tubi di plastica grigio-metallizzati, posizionati sul palcoscenico o sorretti dagli attori in scena, che danno all’ambiente un tono post-industriale che crea un interessante contrasto con gli strumenti seicenteschi del complesso di musicisti in scena. L’ atmosfera è cupa e drammatica, ma anche eterea e sofisticata, e tutta l’azione è concentrata sul movimento di queste figure mascherate che guidano anche i gesti dei protagonisti. Tancredi e Clorinda appaiono abbastanza passivi, sopraffatti dalla guerra che loro stessi portano avanti e diventando quindi vittime, oltre che carnefici. Al momento della morte di Clorinda (ops, spoiler) non c’è clamore, ma l’entrata in scena di un inequivocabile drappo rosso. La musica è ovviamente stupenda, la messa in scena nel complesso ben riuscita, peccato per l’esecuzione canora, specialmente quella del “narratore” (Testo, nella partitura originale, un personaggio vero e proprio) che risultava piuttosto debole quando non addirittura sgradevole.

 

Tempo di un cambio di scena, e comincia il secondo spettacolo, Friend in the Sea, portato al Venice Open Stage da un duo di giovani attrici diplomate alle Commedia School di Copenaghen.

L’incipit è discretamente gigione, apertamente coinvolgente: un momento di teatro collettivo che riceve una risposta molto positiva dal pubblico. Presto però il contenuto si incupisce, e appare in scena la solitudine e l’angoscia del medio-uomo-contemporaneo, incastrato in giorni sempre uguali e sempre ugualmente alienanti. Il medio-uomo-contemporaneo è convinto della sua indiscutibile importanza, e nel ripeterselo in continuazione finisce con il perdere il significato stesso della propria esistenza. Dopo di lui è il turno di una donna sola, abbandonata persino dal proprio gatto, completamente immersa in quell’inevitabile narcisismo che caratterizza le persone che soffrono. “Sono sola. Nessuno mi ama.” si ripete, disegnando due occhi e una bocca su un palloncino, ultimo amico rimastole (chissà se solo a me questa cosa ha ricordato Cast Away).

Questo viaggio dentro la tristezza umana raggiunge improbabili picchi freudiani quando le attrici cominciano a interrogarsi sul valore e la natura dell’Io, e a cercare la risposta, disgraziatamente, anche tra il pubblico. Non manca il momento dell’epifania, in cui i due personaggi si incontrano, (a questo punto forse solo su un piano psicoanalitico, forse sono stati la stessa persona per tutto il tempo, chissà) e si scambiano abbracci a passo di danza. Lo spettacolo si chiude con la storia di una balena che apparentemente emette il suo verso a frequenze troppo alte per essere sentita dagli altri della sua specie, e quindi è destinata ad una esistenza di solitudine. (Sul serio.) Morale della favola: noi siamo convinti di essere la balena più sola del mondo, quando in realtà basterebbe guardarsi intorno per capire che anche tutti gli altri sono convinti di essere la stessa balena. Impariamo ad aprirci al prossimo. Ok.

La cosa peggiore dello spettacolo, però, è la messa in scena nel complesso. Le due ragazze saltano e rotolano in giro in un turbinio di acrobazie, indossano cappelli pelosi, fanno smorfie e linguacce, e il contrasto che questo crea con le battute del testo genera una comicità piuttosto inquietante, considerati gli argomenti di cui si tenta di parlare nello spettacolo. Parlo di tentativi perché purtroppo, alla fine della fiera, il contenuto risulta povero, un vuoto che si cerca di compensare con le boccacce di cui sopra. Per carità, il messaggio di fondo è anche condivisibile, e le due attrici sanno bene come stare sul palco, interessante l’uso che fanno dei loro corpi, unici “oggetti di scena”, in certi punti dello spettacolo. La volontà di partenza, quella di parlare con leggerezza naif di solitudine e individualismo, di apertura al prossimo e senso della vita, si è però concretizzata in una tragicomica e circense messa in scena di concetti buttati lì a caso in maniera un po’ superficiale.

Tentativo apprezzabile, peccato.

 Martina


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