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How to get Closer: Interrogatorio alla scrittura

Posted By: Martina On:


 

Dalla Costituzione italiana, articolo 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura […].”, articolo 33: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.”, articolo 27, comma 3: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”

 

Sabato 25 novembre si è conclusa, con un incontro svoltosi all’interno del carcere femminile della Giudecca, la seconda edizione di Interrogatorio alla scrittura, iniziativa ideata, organizzata e promossa dall’ associazione culturale Closer.

Closer nasce nel 2016 e i suoi membri – pochi e sì giovani, ma risoluti e agguerriti – si riuniscono con il proposito di creare un mezzo di diffusione culturale con un target ben specifico: le “situazioni limite”, così da loro stessi definite. Ed esiste situazione più limite della realtà carceraria, che con i limiti appare definita e fatta, nella sua struttura fisica, nella sua formalità istituzionale e nella sua essenza concettuale? 

Interrogatorio alla scrittura è il lodevole progetto che vede il coinvolgimento di alcune detenute del penitenziario giudecchino in un laboratorio di lettura, con al centro, per questa seconda edizione, il lavoro della traduttrice ed editrice Martina Testa. Insieme ai ragazzi di Closer le partecipanti al laboratorio hanno letto opere tradotte da Testa, elaborato alcune domande ed organizzato l’incontro finale, aperto ad un pubblico di cittadini e condotto dalle stesse detenute.

L’incontro è stato piacevole, stimolante, in certi momenti divertente. Paradossalmente (ma perché “paradossalmente” poi?) naturale. Le domande erano pertinenti, il pubblico era interessato. Non c’è stato imbarazzo, né patetismo, né retorica. Una professionista dell’editoria rispondeva a quesiti sul suo lavoro e sulle sue esperienze, posti da quattro donne interessate a quello che aveva da dire.

L’atteggiamento che dovrebbe essere tenuto verso la cultura nei penitenziari, collegato naturalmente al più ampio e si spererebbe basilare principio per cui la pena carceraria è rieducativa e non punitiva, è teorizzato nel gruppo di norme che regola le carceri italiane, chiamato Ordinamento Penitenziario. Gli articoli 12, 15, 19, 20, 27, riguardano tutti, più o meno specificamente, questa questione. Lo spazio sulla carta dedicato all’importanza della presenza di cultura negli istituti penitenziari è ampio. Dalla cellulosa alla realtà tridimensionale esiste ancora, come per altre cose, un gap bello grosso. Per questo motivo l’azione di Closer (e di altri come loro) diventa così essenziale.

Ma non solo. Attività come quelle organizzate da queste associazioni contribuiscono ad abbattere metaforicamente le mura dei penitenziari, a sciogliere i confini della realtà strettamente infra-carceraria. “Il principale obiettivo del progetto IAS” citando la presentazione del progetto scritta sul sito di Closer “è quello di aumentare l’osmosi tra carcere e realtà cittadina, ovvero di trasformare il carcere in una realtà non a sé stante,  ma in una realtà che fa parte della città e della cittadinanza stessa”. La comunità esterna penetra all’interno e in questo modo permette indirettamente alla comunità interna al penitenziario, per definizione chiusa in sé stessa, di essere portata fuori. Ci si dimentica facilmente del fatto che i detenuti sono individui che dovrebbero poi re-integrarsi nella società al termine della loro pena. La sempre maggior diffusione di iniziative culturali aperte al pubblico svolte nei penitenziari potrebbe, forse sul lungo termine, permettere alla società di assumere una nuova prospettiva e un nuovo punto di vista non solo sul carcere stesso, un mondo comunemente considerato alieno e scollegato dal resto della comunità, ma anche sui detenuti e le detenute.

“La comunità non ci vede” aveva detto una delle ragazze che conduceva l’incontro “ma noi siamo qui.”

Martina Ferrari

Qui un’intervista fatta lo scorso anno in occasione della prima edizione di IAS.


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